
Il corpo parla, all’inizio sottovoce, e raramente noi lo udiamo.
Siamo sordi perché rivolti all’esterno, rivolti al domani, rivolti al passato, ma mai rivolti a noi stessi nel momento che stiamo vivendo.
Siamo sordi perché non abbiamo tempo, come se il nostro benessere valesse meno del tempo che dedichiamo al resto. Certo, oggi si diventa alieni a pensare prima a sé stessi, sembra impossibile, orientati come siamo alla sopravvivenza urbana.
E così passa il tempo e le “sue” parole diventano sempre meno sussurri, sempre meno suggerimenti.
Diventano parole di rimprovero,
parole dure,
a volte sentenze spietate.
Tutto parte dalle nostre scelte, guidate dalla mente (nella cultura hawaiana rappresentata dalla “madre”, la nostra parte razionale), che a sua volta è guidata dal subconscio (il nostro bambino interiore), Scelte quindi apparentemente libere ma profondamente cariche di condizionamenti interni (ed esterni).
C’è una frase nella quale mi ci ritrovo molto:
“di tutte le prigioni che ho abitato possedevo la chiave”
Fermati per un minuto, soltanto uno, a riflettere. Chiudi gli occhi, respira profondamente due o tre volte buttando fuori l’aria dalla bocca, espirando lentamente e lungamente, e poi chiediti con la massima onestà:
di quante “prigioni” in cui mi sono ritrovata/o possedevo la “chiave”?
Il problema sai qual è? Che la chiave apre ad una libertà che fa paura. Eh sì, la libertà, quella vera, fa paura. Perché si trova oltre la nostra “confort- zone” (anche se a volte è un paradosso chiamarla confort zone!). Perché quasi sempre uscire da una “prigione” vuol dire sacrificare parti di noi a cui non intendiamo rinunciare per abitudine.
Tornando al nostro corpo, all’inizio ti sussurra un disequilibrio, magari facendoti dormire male, magari facendoti digerire male, magari facendoti soffrire di cefalea proprio nel weekend, o magari facendoti sentire spesso stanca/o senza motivo apparente.
Nel diciassettesimo secolo, un monaco zen di nome Shido Bunan scrisse una frase che diceva così:
“la persona più stanca del modo non è quella che ha lavorato tutto il giorno nei campi.
E’ quella che ha passato la giornata a fare cose che non sentiva sue”
E ancora scriveva:
“il contadino dorme bene.
Il funzionario di corte che ha sorriso per dieci ore a persone che disprezza, no”.
La fatica del corpo si scarica con il riposo. La fatica dell’anima resta, e si stratifica, e diventa un peso che ti porti anche quando dormi.
E noi cosa facciamo? Quando siamo stanche/i, pensiamo che la soluzione sia dormire di più. Andare in ferie una settimana o se siamo fortunati due. Cambiare la dieta. Prendere un integratore.
Prendi una donna che potrebbe rappresentare la maggior parte di noi, incantevoli ragazze quaranta/cinquantenni; la chiamiamo Laura, con figli, un marito, un mutuo, un lavoro, una casa, magari un genitore anziano da seguire, la sveglia ogni mattina e la sensazione appena sveglia di non avere già le energie per affrontare la giornata. Ma Laura ce la fa lo stesso. Laura ce la fa sempre. Laura è diventata un’esperta nel “ce la posso fare”.
Il problema è che dopo dieci anni di “ce la faccio lo stesso”, una parte di lei si è seduta dentro, non si vuole più alzare.
E quindi cosa le sta dicendo il corpo?
All’inizio magari Laura dà la “colpa” all’età, agli squilibri ormonali, alla perimenopausa, lo stress, tutto il giorno di corsa, tutti che hanno bisogno, non ho tempo per me…
E tira avanti facendosene quasi una colpa. Magari va in farmacia o in erboristeria a prendere un “aiuto” per rilassarsi, per dormire, per il reflusso, per farle passare quell’”ansia” fastidiosa.
Poi passano 5, 6 anni e Laura inizia ad accusare maggiormente la stanchezza, e anche l’umore è cambiato; il corpo le dice di fermarsi, facendole magari venire dolori muscolari, dolori articolari diffusi, annebbiamento mentale. Soprattutto al mattino, quando le incombenze che gravitano sulle spalle sono tante.
E un bel giorno Laura si ritrova ad avere dolori quotidiani, a volte paralizzanti, spesso svilenti, dolori che non sembrano avere una logica, dolori che sembrano incomprensibili a chi le sta intorno.
E inizia a peregrinare in studi medici.
Esami,
stress,
visite,
diagnosi diverse,
stress,
soldi,
sacrifici
tempi di attesa,
nervosismo,
litigi,
tempo,
tempo,
tempo,
ansia,
ansia,
ansia,
stanchezza,
stanchezza,
stanchezza .. ed ecco la diagnosi: FIBROMIALGIA.
Una di quelle malattie invisibili agli occhi, ma non all’anima di chi ne viene travolto.
FIBROMIALGIA è un’etichetta di un bagaglio che ti porti sulle spalle da anni.
Muscoli che si contraggono, tendini dolenti, nevralgie, nebbia mentale, dolore cronico. Una patologia subdola, perché colpisce intimamente, non platealmente. Non altera gli indici di infiammazione del corpo (VES) come altre malattie con sintomi simili, quali le malattie reumatiche. E’ invisibile.
Un disordine del sistema nervoso centrale, quel sistema nervoso che ci governa al di là della nostra volontà, governa le nostre funzioni, le nostre strutture, i nostri organi. Quando funziona bene lo diamo per scontato, quando funziona in modo imperfetto sono dolori. Ma dolori grandi.
Non è una patologia autoimmune, ma una neuroinfiammazione.
Una sensibilizzazione alla percezione del dolore, che ne abbassa la tolleranza.
Si ha uno squilibrio di importanti neurotrasmettitori legati al benessere, come la serotonina, la dopamina, la noradrenalina.
I disturbi del sonno, l’incapacità di ottenere un sonno profondo ristoratore, di solito sintomo pregresso della malattia, altera i meccanismi di riparazione del corpo, potenziando dolore e affaticamento.
Anche i fattori ormonali possono contribuire, tant’è che la maggiore incidenza è femminile.
Anche i traumi pregressi, stress prolungato nel tempo, purtroppo sono fattori scatenanti.
Chi ne è affetto conosce meglio di me cause ed effetti senza che mi dilunghi troppo su aspetti tecnici che non mi competono, ma quello che mi compete è lavorare sulla causa.
Aiutare la persona a prenderne coscienza,
aiutare il corpo a fidarsi, ad allentare la presa.
E non è un lavoro semplice, e nemmeno di breve durata.
Come non è di breve durata il bagaglio di sofferenza che ti porti addosso, come uno zaino pesante, che ti impedisce di andare dove vuoi. Brutta roba.
Nel mio studio olistico, un piccolo luogo di calma e silenzio, tratto il sistema nervoso centrale (SNC) in riflessologia plantare, tratto il diaframma, nodo nevralgico delle tensioni accumulate, i punti riflessi sul viso e insegno una respirazione consapevole.
La riflessologia plantare è un metodo dolce ma efficace per migliorare la risposta al dolore, per migliorare il sonno, per riportare equilibrio in un corpo che non lo è più.
La guarigione però parte sempre dall’interno, dall’ascolto, dalla comprensione, dal perdono, dall’apertura, dalla forza di volontà, dal pensiero positivo, dalla pazienza.
Tutte queste cose sono fondamentali per cambiare vibrazione.
La fibromialgia non è una “sentenza spietata”, è un rimprovero severo che il tuo corpo ti ha dato perché non ti sei fermata/o quando ne avevi bisogno.
E’ un rimprovero severo quando hai anteposto per anni i bisogni altrui ai tuoi.
Lo senti il peso sulle spalle vero? Quante persone hai sorretto? Quanta fatica hai fatto?
Oggi ne sei consapevole, perché anche il più severo rimprovero è un insegnamento, e oggi puoi cambiare la tua lista di priorità.
Il tempo farà il miracolo.



